Un momento ci sei, il momento dopo non ci sei più.

È così che si sentiva Odessa con quelle luci stroboscopiche puntate addosso.

Ballava da qualche sera in quello squallido locale fuori Milano, e l’unica sensazione bella che provava era esistere o meno a seconda dei bagliori.

Era bella, era bianca, era sottile e fragile. Aveva lunghi capelli neri che mossi dalla danza, sembravano un foulard abbandonato al vento.

Aveva la pelle bianchissima, macchiata di tatuaggi intrecciati lungo tutto il corpo, talmente aggrovigliati che a seconda delle movenze sembravano prendere vita e dare forma a figure caleidoscopiche. Teneva gli occhi chiusi, e ballava al suo posto. Prima le mani in alto a sfiorarsi come ali di farfalla, poi il culo spigoloso lanciato a destra e a sinistra come un orologio a pendolo che non vede l’ora di finire il suo lavoro che non finirà mai. Era sensuale senza toccarsi. Gli arti erano liberi e staccati, tutto si muoveva separatamente ma allo stesso tempo. Ora c’era, ora non c’era più.

Una mano grottesca interruppe la sua danza. In un attimo. L’afferrò per un braccio con una forza e cattiveria tali quasi a volerle strappare dal braccio solamente la parte toccata. Ma lei desistette finché quelle dita goffe non mollarono la presa scivolando sulla pelle di vetro, portando con se un lembo di carne che riaprì una ferita non del tutto cicatrizzata. Odessa aprì gli occhi. Abbassò lo sguardo di ghiaccio verso i sandali di camoscio nero mentre goccia dopo goccia il tessuto si impregnava di rosso. Sangue. Le colava dal braccio denso e scuro. Ora c’era, ora non c’era. Cadde, ed investì l’unghia del suo stesso colore, quasi a volerlo rinfrescare.

Scese dal cubo e diventò improvvisamente pesante. Ogni suo passo ora aveva rumore. I capelli non erano più fili di cotone ma rami di piante selvatiche.

Entrò nel bagno e chiuse la porta dietro di sé. Sanguinava ancora. Più di prima. Iniziò a scuotersi come un pesce appena pescato mettendosi le mani ovunque come volersi strappare via l’amo. Infilò le dita ossute nella pelle, su squarci di carne intrappolati fra i tatuaggi. Tagli ancora freschi, inzuppati di sangue ormai stagnato che portò coscientemente a zampillare di nuovo. Sfilò un taglierino dalle autoreggenti e fece di sé una performance di Gina Pane.

Era il rischio di quel lavoro. La violenza. Per le altre era abuso. Per Odessa era orgasmo. Più le veniva fatto del male e più voleva gliene fosse inflitto.

Quando veniva sfiorata, accarezzata non sentiva nulla. Nessun tipo di vibrazione percorreva il suo corpo. Ma appena uno schiaffo le investiva il volto, iniziava a tremare e a respirare di piacere.

Era troppo rischioso lavorare lì dentro. Un po’ lo voleva, questo è certo, ma in quel posto nulla aveva più controllo. Nemmeno lei stessa, così abituata a procurarsi orgasmi con le sue mani.

Strappò, strappò, strappò ancora. E più si strappava più il calore ricopriva il suo corpo di etereo piacere. Era una cagna morsicata da un branco di lupi. Una mela di cui era rimasto solo il torsolo.

Ormai non aveva più seni. Dei polsi si vedevano le ossa. Le labbra erano irriconoscibili sull’angolo tra il gabinetto e il muro.

Con il respiro affannato si spostò i capelli dalla faccia con le dita bourdeaux. Cercò di uscire dal bagno ma scivolò in quello schifo di resti di se stessa. Tenendosi alla maniglia riuscì a tirarsi in piedi e a raggiungere il lavandino. L’acqua iniziò a scorrere. Inutilmente. Per quanto cercasse di rattopparsi era troppo strappata. Cadde a terra, intorpidita dal piacere. Fece scivolare quel che restava della sua mano sinistra lungo il pavimento riuscendo ad afferrare un sandalo e a sfilarlo dal piede. Lentamente lo portò vicino al ventre o di quel che ne rimaneva. Tenne in pugno la scarpa. Gli occhi, una volta dipinti di cielo, erano ora macchiati di scuro, sbarrati verso il soffitto infinito. Scagliò un colpo preciso, secco, indomabile e si penetrò col tacco. Venne.

Un momento ci sei, il momento dopo non ci sei più.