Maria ballava. Oddio se ballava.

Le sue gambe erano quelle di un fenicottero che improvvisava passi de “La morte del cigno”, la testa ruotava come una gomitolo di lana soffice caduto a terra, le scapole erano ali di aquila nello spiccare il volo, braccia e mani, lunghe e sottili, sembravano bacchette per suonare la batteria. Musica erano le sue movenze dolci e appuntite mentre strofinava le natiche su quella finestra. Si metteva a novanta e le sfregava sul vetro fino ad accucciarsi e incurvare la schiena fino a farmi irrigidire. Lo faceva bene il suo lavoro.

Ero ad Amsterdam per affari la prima volta che la vidi. Import export di strumenti di carpenteria artigianale. Ero passato a prendere una birra finito il turno. Era inverno. Ad ogni respiro venivo annebbiato dal mio stesso fiato. Stavo camminando guardando fisso a terra quando le mattonelle mal disposte di grigio carbone divennero ad intermittenza fucsia, verdi, blu. Alzai lo sguardo e mi ritrovai una vetrina di Barbie bellissime. Ancora confezionate. Era il luna park più bello che avessi mai visto. Si chiamava “Girls Enjoy Sex Unconditionally”. Il seno di ognuna era come montagne russe, il ventre un tappeto elastico, culi e cosce come scivoli infiniti e bocche laccate come mele candite.

Era il paradiso. Ma toccai veramente il cielo quando incontrai il suo sguardo. Fu un attimo. I suoi occhi azzurri sembravano avermi penetrato l’anima. Fu solo un’istante, un secondo che mi legò a lei incondizionatamente.

Continuai a passare di lì tutti i giorni per vederla. Ammirare i suoi fianchi ondeggiare e i suoi capelli lunghi solleticarle la schiena. Gabriele, il mio collega, conosceva bene tutte le Barbie. Era diventato loro amico ormai da parecchio tempo e una sera mi presentò lei.

Gabriele mi accompagnò in un corridoio lunghissimo, con un tappeto rosso, pailette sui muri e due boa di piume fucsia come battiscopa. Aprì una porta di vernice blu e mi fece entrare in una stanza. Per terra c’erano paglia e terriccio, sulle pareti erano disegnati alberi e stelle, più in là stava una specie di capanno con del legno montato a caso e sotto due enormi cuscini gonfiabili raffigurati un asino e un bue. “Aspetta qui” mi disse, e mi lasciò solo in quella fattoria.

Passarono solamente trenta secondi quando la porta si spalancò ed entrò lei, come un’apparizione, era così leggera che sembrava sospesa.

M’innamorai perdutamente di lei. Con un sol sguardo. Chiamatelo pure colpo di fulmine. Non volevo lasciarla mai più. I suoi piccoli bianchi seni strizzati in quel corpetto in latex, le calze a rete troppo grandi per le sue gambe magre, quel trucco pesante sul suo viso d’angelo, era tutto così esagerato per lei. Chiuse la porta dietro di sé e disse:

Scusami ma era rimasta libera solo la mangiatoia”

Come?”

La stanza dico..magari preferivi la palestra o la stanza delle torture ma le hanno già occupate gli altri clienti”

Ma io..io non sono un cliente”

Come no. E cosa vuoi?”

Te. Per sempre.”

Non è possibile.”

So che può sembrare assurdo ma..”

Ti vedo tutti i giorni davanti alla mia vetrina. Non mi guardi con desiderio, non hai la bava alla bocca perché hai fame del mio corpo. Dimmi cosa vuoi.”

Infatti non è il tuo corpo che voglio”

Io non sono come credi”

Io non credo nulla”

Io non vado a letto con nessuno”

Non voglio che vieni a letto con me”

Io faccio dei servizi, dei giochetti, ma non scopo, sono pulita”

Lo so”

Perché cazzo ho detto “lo so” in quel momento proprio non lo so. Come potevo sapere una cosa del genere? Una mignotta vergine non mi era mai capitata.

Mi alzai e andai ad accarezzarle il viso. Mi guardò con lo stesso sguardo per cui io persi la testa la prima volta. Aveva gli occhi lucidi.

Uscii dalla stanza lasciandola lì. C’eravamo detti tutto e non c’eravamo detti niente.

Alcune settimane dopo a lavoro incontrai Gabriele. Mi disse che Maria era incinta. Non sapeva come fosse potuto accadere, ma era successo. Doveva andarsene. Il padrone del bordello, Erode, faceva abortire tutte le ragazze che rimanevano incinta, ma Maria era diversa. Non avrebbe mai rinunciato al suo bambino. Decise di andarsene. Gabriele mi disse che da sola non ce l’avrebbe mai fatta, aveva bisogno di un uomo accanto, e un padre per quel bambino. Io mi sentivo pronto. Non avevo nulla da perdere. Anzi, io, Giuseppe, consulente import export di carpenteria artigianale, solo, single e vergine, ci guadagnavo la donna che amavo e un figlio inaspettato. La mia vita finalmente avrebbe avuto un senso.

Poche ore e nascerà Gesù, l’abbiamo chiamato con le iniziali del locale dove lavorava Maria, dove ci siamo incontrati.

Maria è al settimo cielo.

Gabriele non l’ho più visto.

Per la befana arrivano anche i miei fratelli a portare dei regali al piccolino.

E intanto, domani è Natale.