Avevo calzato le pantofole e indossato la vestaglia. Asciugai una lacrima. Appoggiai le mani sul bordo del lavandino, alzai lo sguardo e vidi quegli occhi che per un attimo non riconobbi. I miei.

Tutto non aveva più senso. Era finita. Finita per sempre.

Mi lasciò per una identica a me. Stessa età, stessi studi, stesso lavoro, stesso taglio di capelli, e persino stesso nome. La mia copia. Perchè io, la prima, ero l’originale. È sempre la prima l’originale.

Io lo amavo. Cavolo se lo amavo. Ma l’amore non basta mai. Più ne ricevi e più credi di poterne ricevere e così inizia a non bastarti più. È come buttar giù quel chilo di troppo. Quando ce l’hai fatta ne vuoi buttar giù ancora uno, e poi un altro e un altro ancora. Tanto ce la puoi fare.

Stessa cosa per l’amore. Se lei mi ama così tanto, perchè non farmi amare così tanto anche da un’altra? Tanto ce la posso fare.

Merde.

Provai a ricostruirmi una vita. Uscii con diversi uomini, ma nessuno era lui. Tutto era inutile. Sapere che da qualche parte del mondo c’era lui mi destabilizzava. L’avrei amato tutta la vita.

Ogni nuova relazione nasceva perchè vedevo in quell’uomo qualcosa che mi ricordava lui, e ci stavo finchè capivo che non poteva reggere il confronto.

Una vita a cercare una copia, mentre volevo l’originale. Una vita con una copia, mentre aveva l’originale.

Non l’ho mai più cercato. Ma ho sempre avuto l’ansioso desiderio di incontrarlo per caso.

E così fu.

Era la giornata più ventosa di primavera, i vortici d’aria mi investivano alle spalle scompigliandomi i capelli che puntualmente mi coprivano gli occhi. Alla quarta folata accecante spostai sbuffando una ciocca e lì, lo vidi. Fermo davanti a me. Vivo, in carne e ossa. Respirava. Mi fissava.

Io, gelida.

Mi sorrise di un sorriso stretto ma sincero. Io, non sentivo niente.

Ogni cellula del mio corpo si era fermata a contemplarlo, ad ammirarlo, a desiderarlo. In un attimo mi superò, lasciando le mie spalle dietro alle sue. Mi girai e lo vidi allontanarsi. Lo seguii. E non c’erano capelli negli occhi che potevano distrarmi dalla sua figura. Era incredibile quanto me lo ricordassi. La camminata un pò ingobbita, i palmi della mani rivolti all’indietro, le pieghe che facevano i pantaloni con quelle gambette magre.

Arrivò alla sua porta, entrò. Dopo pochi minuti mi avvicinai al condominio e suonai il campanello. Mi aspettava. Sapeva che non l’avrei lasciato andare. Mi fece salire e dopo due rampe di scale senza prendere fiato era lì, circondato da una luce calda che ne esaltava il profilo.

Credo di aver volato perchè mi ritrovai ad un passo da lui senza rendermene conto.

Il mio corpo non rispondeva più a nessun tipo di pensiero, stimolo, comando. Mi prese per un fianco e chiuse la porta alle mie spalle.

Avevo calzato le pantofole e infilato la vestaglia. Asciugai una lacrima. Mi guardai allo specchio e capii che era finita. Finita per sempre. Avevo ancora il suo sangue sotto le unghie. Quasi non volevo toglierlo per tenerlo ancora con me.

Andai a dormire. Mi infilai sotto le coperte e mettendomi in posizione fetale avvicinai le mani alla bocca.

Era finita. Finita per sempre.