Vivevamo nel soffitto di un palazzo di quattro piani.

Troppo caldo d’estate e troppo freddo d’inverno. Avevamo una sola finestra sul tetto, quindi potevamo vedere solamente il meteo. Soleggiato, nuvoloso, piovoso. Non c’erano muri a dividere le stanze, neanche il bagno, nascosto da una tenda che avevo fissato sulle travi con delle puntine e che puntualmente ogni sabato mattina cadeva. Cadeva perché il sabato mattina lavavo le lenzuola in una forma di ceramica concava in cui a malapena ci si poteva rinfrescare il viso e nello sfregare i panni era inevitabile toccare con il gomito la tenda più e più volte fino a far staccare quel pezzetto di metallo lungo mezza unghia conficcato nel legno.

Diocleziano ed io eravamo felici. Nel nostro angolo di cielo avevamo tutto quello che ci serviva per vivere. Lui bastava a me e io bastavo a lui. Era un filosofo. Non aveva mai studiato per diventarlo ma io so che lui era un filosofo. Aveva letto tanti libri quanti i sabati a cui a me cadeva la tenda. Vivevamo li da 14 anni.

Scriveva, scriveva sempre, passava intere giornate a scrivere, ma non aveva mai pubblicato niente. Lavorava due sere a settimana come guardiano del canile a due chilometri da casa, quasi sempre nei weekend. Era bellissimo. Per me era bellissimo. Occhi color del cielo e guance vissute come la terra arida. Sopracciglia folte e brizzolate come ali di gabbiano. Bocca carnosa e senza contorno. Dita enormi e rugose come carote. Spalle possenti e natiche ancor di più. Fare il muratore da ragazzino l’aveva sicuramente aiutato a definire il corpo.

A volte, quando lavavo i piatti, mi si avvicinava e mi metteva le mani sulle spalle appoggiandomi il torace sulla schiena. Le faceva scivolare fino alle mie e iniziava ad accompagnare i miei gesti fra stoviglie e schiuma. Mi respirava dietro l’orecchio mentre sentivo la sua erezione accendersi. Dal lavandino la sua mano passava alla mia coscia lasciando cadere gocce enormi sul pavimento di legno opaco. Con l’altra mano mi afferrava un seno e lo stingeva come un polipo appena pescato. Distoglieva la mano dal mio petto solo per alzarmi la gonna e far entrare tutto se stesso nel mio sesso. Fare l’amore con lui era celestiale. Riuscivo a vedere dalla finestra cambiamenti climatici inesistenti.

Io lavoravo come donna delle pulizie di un albergo a due stelle dall’altra parte della città. Il momento più bello quando uscivo di casa era il viaggio in tram per andare e tornare da lavoro. Condividevo con la gente il loro abbigliamento, le pose, le telefonate, il sudore, le scarpe. Il tram mi permetteva di stare a contatto con il mondo.

Il tram e Diocleziano mi bastavano per essere felice. Ci amavamo di un amore puro, povero, essenziale.

Tutte le mattine mi accompagnava alla fermata tenendomi il braccio sulle spalle. Tranne le mattine in cui Claudio si presentava in portineria per offrirci un caffé. Era il fratello di Diocleziano, ma i due erano l’uno l’opposto dell’altro, in tutto e per tutto. Claudio era piccolo, tozzo, grassottello, capelli mossi e lucenti come onde di un mare nero nel riflesso della luna, occhi tondi e scuri come il buio, mani gonfie e curate. Non ho mai capito che lavoro facesse, so solo che viaggiava tanto e guadagnava ancora di più. Veniva a trovarci spesso. Parcheggiava la fuoriserie affianco al bar dove ci offriva il caffé. Credo venisse più per vedere me che per incontrare il fratello con cui non condivideva altro se non il cognome. Claudio ci raccontava dei suoi viaggi, delle sue donne, dei suoi affari, di come aveva arredato casa e della villa sul mare che era andato a vedere. Ci voleva portare appena il contratto fosse stato firmato.

Si invidiavano l’un l’altro. Diocleziano per la vita che non aveva potuto darmi, avendo voluto seguire l’indole del filosofo anticonformista. Claudio per non aver i valori del fratello, con i quali, credeva, sarei stata sua.

Avevamo avuto una storia da giovanissimi. Finita perché lo beccai con un’altra. Ero affascinata da lui. Più che da lui dalla sua vita frenetica, dai suoi racconti, dalle sue avventure. Diocleziano era Platone e Claudio Robinson Crusoe.

Ci invitò a cena per la sera dopo. Ci invitava spesso ma rifiutavamo sempre. Diocleziano non era a suo agio, né col fratello né nei posti che lui frequentava. Orgoglioso com’era della sua integrità morale non si sarebbe mai concesso per una sera una stravaganza simile. A me non sarebbe dispiaciuta una situazione diversa, qualche ora di vita nuova. E glielo dissi: “Per una volta potremo accettare l’invito di tuo fratello. Potrebbe essere stimolante anche per te vedere qualcosa di nuovo. Avresti qualche nuovo pensiero da scrivere”, “Non ho bisogno di nulla io per essere stimolato. I miei stimoli provengono da dentro di me, io sono stimolo di me stesso”. Quando se ne usciva con queste frasi da illuminato non lo sopportavo. Ho sempre apprezzato il suo pensiero, i suoi accorgimenti sull’esistenza, la profondità della vita che riusciva a cogliere, ma quando si lodava così esageratamente mi sentivo a disagio:

“Se sei così umile nella vita di tutti i giorni, vedi di imparare ad esserlo un po’ più nell’animo”

“Io sono nel giusto, io affronto la vita in maniera corretta, io non ho peccato, io ho Dio nel nome”

“Anche Claudio ha Dio nel nome”

“Si ma lui alla fine!”.

Gli occhi gli si spalancarono quasi a voler uscire dal volto mentre pronunciava queste parole. Non parlammo per tutta la sera, ne il mattino dopo.

Non mi accompagnò alla fermata del tram. Trovai Claudio in portineria.

“Sta male?”

“No”

“Che è successo?”

“Sta male”.

Non avevo voglia di parlare con lui, affrontare discorsi che si sarebbero conclusi con un “Ma lascialo stare e vieni a pranzo con me”. Volevo più di ogni altra cosa prendere il tram e sentirmi assorbire dalla gente, sentire rumori, perdermi nelle vite altrui.

Forse avevo proprio bisogno di questo. Evadere da ciò che era troppo inesistente e troppo esistente. Tutto era troppo Diocleziano o troppo Claudio. Io amavo Diocleziano ma amavo di più la vita. Amavo di più il tram.

Quella sera non tornai a casa. Come tutte le sere successive. Dormii nell’albergo dove lavoravo fin che non avrei trovato una sistemazione. Non avevo nulla con me. Non che fossi abituata ad avere molto. Mi bastavo. Mi ero sempre bastata. Avevo avuto tanto e avevo avuto poco. Conoscevo la ricchezza d’animo e la povertà di tasca e nulla mi aveva dato ciò di cui avevo bisogno. Non avevo bisogno di essere, non avevo bisogno di avere.

Avevo capito. Tutto era servito. Ricominciai a vivere. Senza rimorsi.

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