Un momento ci sei, il momento dopo non ci sei più.

È così che si sentiva Odessa con quelle luci stroboscopiche puntate addosso.

Ballava da qualche sera in quello squallido locale fuori Milano, e l’unica sensazione bella che provava era esistere o meno a seconda dei bagliori.

Era bella, era bianca, era sottile e fragile. Aveva lunghi capelli neri che mossi dalla danza, sembravano un foulard abbandonato al vento.

Aveva la pelle bianchissima, macchiata di tatuaggi intrecciati lungo tutto il corpo, talmente aggrovigliati che a seconda delle movenze sembravano prendere vita e dare forma a figure caleidoscopiche. Teneva gli occhi chiusi, e ballava al suo posto. Prima le mani in alto a sfiorarsi come ali di farfalla, poi il culo spigoloso lanciato a destra e a sinistra come un orologio a pendolo che non vede l’ora di finire il suo lavoro che non finirà mai. Era sensuale senza toccarsi. Gli arti erano liberi e staccati, tutto si muoveva separatamente ma allo stesso tempo. Ora c’era, ora non c’era più.

Una mano grottesca interruppe la sua danza. In un attimo. L’afferrò per un braccio con una forza e cattiveria tali quasi a volerle strappare dal braccio solamente la parte toccata. Ma lei desistette finché quelle dita goffe non mollarono la presa scivolando sulla pelle di vetro, portando con se un lembo di carne che riaprì una ferita non del tutto cicatrizzata. Odessa aprì gli occhi. Abbassò lo sguardo di ghiaccio verso i sandali di camoscio nero mentre goccia dopo goccia il tessuto si impregnava di rosso. Sangue. Le colava dal braccio denso e scuro. Ora c’era, ora non c’era. Cadde, ed investì l’unghia del suo stesso colore, quasi a volerlo rinfrescare.

Scese dal cubo e diventò improvvisamente pesante. Ogni suo passo ora aveva rumore. I capelli non erano più fili di cotone ma rami di piante selvatiche.

Entrò nel bagno e chiuse la porta dietro di sé. Sanguinava ancora. Più di prima. Iniziò a scuotersi come un pesce appena pescato mettendosi le mani ovunque come volersi strappare via l’amo. Infilò le dita ossute nella pelle, su squarci di carne intrappolati fra i tatuaggi. Tagli ancora freschi, inzuppati di sangue ormai stagnato che portò coscientemente a zampillare di nuovo. Sfilò un taglierino dalle autoreggenti e fece di sé una performance di Gina Pane.

Era il rischio di quel lavoro. La violenza. Per le altre era abuso. Per Odessa era orgasmo. Più le veniva fatto del male e più voleva gliene fosse inflitto.

Quando veniva sfiorata, accarezzata non sentiva nulla. Nessun tipo di vibrazione percorreva il suo corpo. Ma appena uno schiaffo le investiva il volto, iniziava a tremare e a respirare di piacere.

Era troppo rischioso lavorare lì dentro. Un po’ lo voleva, questo è certo, ma in quel posto nulla aveva più controllo. Nemmeno lei stessa, così abituata a procurarsi orgasmi con le sue mani.

Strappò, strappò, strappò ancora. E più si strappava più il calore ricopriva il suo corpo di etereo piacere. Era una cagna morsicata da un branco di lupi. Una mela di cui era rimasto solo il torsolo.

Ormai non aveva più seni. Dei polsi si vedevano le ossa. Le labbra erano irriconoscibili sull’angolo tra il gabinetto e il muro.

Con il respiro affannato si spostò i capelli dalla faccia con le dita bourdeaux. Cercò di uscire dal bagno ma scivolò in quello schifo di resti di se stessa. Tenendosi alla maniglia riuscì a tirarsi in piedi e a raggiungere il lavandino. L’acqua iniziò a scorrere. Inutilmente. Per quanto cercasse di rattopparsi era troppo strappata. Cadde a terra, intorpidita dal piacere. Fece scivolare quel che restava della sua mano sinistra lungo il pavimento riuscendo ad afferrare un sandalo e a sfilarlo dal piede. Lentamente lo portò vicino al ventre o di quel che ne rimaneva. Tenne in pugno la scarpa. Gli occhi, una volta dipinti di cielo, erano ora macchiati di scuro, sbarrati verso il soffitto infinito. Scagliò un colpo preciso, secco, indomabile e si penetrò col tacco. Venne.

Un momento ci sei, il momento dopo non ci sei più.

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Maria ballava. Oddio se ballava.

Le sue gambe erano quelle di un fenicottero che improvvisava passi de “La morte del cigno”, la testa ruotava come una gomitolo di lana soffice caduto a terra, le scapole erano ali di aquila nello spiccare il volo, braccia e mani, lunghe e sottili, sembravano bacchette per suonare la batteria. Musica erano le sue movenze dolci e appuntite mentre strofinava le natiche su quella finestra. Si metteva a novanta e le sfregava sul vetro fino ad accucciarsi e incurvare la schiena fino a farmi irrigidire. Lo faceva bene il suo lavoro.

Ero ad Amsterdam per affari la prima volta che la vidi. Import export di strumenti di carpenteria artigianale. Ero passato a prendere una birra finito il turno. Era inverno. Ad ogni respiro venivo annebbiato dal mio stesso fiato. Stavo camminando guardando fisso a terra quando le mattonelle mal disposte di grigio carbone divennero ad intermittenza fucsia, verdi, blu. Alzai lo sguardo e mi ritrovai una vetrina di Barbie bellissime. Ancora confezionate. Era il luna park più bello che avessi mai visto. Si chiamava “Girls Enjoy Sex Unconditionally”. Il seno di ognuna era come montagne russe, il ventre un tappeto elastico, culi e cosce come scivoli infiniti e bocche laccate come mele candite.

Era il paradiso. Ma toccai veramente il cielo quando incontrai il suo sguardo. Fu un attimo. I suoi occhi azzurri sembravano avermi penetrato l’anima. Fu solo un’istante, un secondo che mi legò a lei incondizionatamente.

Continuai a passare di lì tutti i giorni per vederla. Ammirare i suoi fianchi ondeggiare e i suoi capelli lunghi solleticarle la schiena. Gabriele, il mio collega, conosceva bene tutte le Barbie. Era diventato loro amico ormai da parecchio tempo e una sera mi presentò lei.

Gabriele mi accompagnò in un corridoio lunghissimo, con un tappeto rosso, pailette sui muri e due boa di piume fucsia come battiscopa. Aprì una porta di vernice blu e mi fece entrare in una stanza. Per terra c’erano paglia e terriccio, sulle pareti erano disegnati alberi e stelle, più in là stava una specie di capanno con del legno montato a caso e sotto due enormi cuscini gonfiabili raffigurati un asino e un bue. “Aspetta qui” mi disse, e mi lasciò solo in quella fattoria.

Passarono solamente trenta secondi quando la porta si spalancò ed entrò lei, come un’apparizione, era così leggera che sembrava sospesa.

M’innamorai perdutamente di lei. Con un sol sguardo. Chiamatelo pure colpo di fulmine. Non volevo lasciarla mai più. I suoi piccoli bianchi seni strizzati in quel corpetto in latex, le calze a rete troppo grandi per le sue gambe magre, quel trucco pesante sul suo viso d’angelo, era tutto così esagerato per lei. Chiuse la porta dietro di sé e disse:

Scusami ma era rimasta libera solo la mangiatoia”

Come?”

La stanza dico..magari preferivi la palestra o la stanza delle torture ma le hanno già occupate gli altri clienti”

Ma io..io non sono un cliente”

Come no. E cosa vuoi?”

Te. Per sempre.”

Non è possibile.”

So che può sembrare assurdo ma..”

Ti vedo tutti i giorni davanti alla mia vetrina. Non mi guardi con desiderio, non hai la bava alla bocca perché hai fame del mio corpo. Dimmi cosa vuoi.”

Infatti non è il tuo corpo che voglio”

Io non sono come credi”

Io non credo nulla”

Io non vado a letto con nessuno”

Non voglio che vieni a letto con me”

Io faccio dei servizi, dei giochetti, ma non scopo, sono pulita”

Lo so”

Perché cazzo ho detto “lo so” in quel momento proprio non lo so. Come potevo sapere una cosa del genere? Una mignotta vergine non mi era mai capitata.

Mi alzai e andai ad accarezzarle il viso. Mi guardò con lo stesso sguardo per cui io persi la testa la prima volta. Aveva gli occhi lucidi.

Uscii dalla stanza lasciandola lì. C’eravamo detti tutto e non c’eravamo detti niente.

Alcune settimane dopo a lavoro incontrai Gabriele. Mi disse che Maria era incinta. Non sapeva come fosse potuto accadere, ma era successo. Doveva andarsene. Il padrone del bordello, Erode, faceva abortire tutte le ragazze che rimanevano incinta, ma Maria era diversa. Non avrebbe mai rinunciato al suo bambino. Decise di andarsene. Gabriele mi disse che da sola non ce l’avrebbe mai fatta, aveva bisogno di un uomo accanto, e un padre per quel bambino. Io mi sentivo pronto. Non avevo nulla da perdere. Anzi, io, Giuseppe, consulente import export di carpenteria artigianale, solo, single e vergine, ci guadagnavo la donna che amavo e un figlio inaspettato. La mia vita finalmente avrebbe avuto un senso.

Poche ore e nascerà Gesù, l’abbiamo chiamato con le iniziali del locale dove lavorava Maria, dove ci siamo incontrati.

Maria è al settimo cielo.

Gabriele non l’ho più visto.

Per la befana arrivano anche i miei fratelli a portare dei regali al piccolino.

E intanto, domani è Natale.

I miei passi frettolosi stavano diventando, uno dopo l’altro, sempre più rapidi, trasformandosi senza accorgermene in una corsa muta e senza meta.

I capelli sbattevano sulle labbra screpolate, gli occhi spalancati quasi lacrimavano dal vento e i miei respiri erano batuffoli di fumo cancellati in un attimo.

Faceva un freddo..lo zaino era pesantissimo, maledetti rientri pomeridiani. Non avevo nemmeno mangiato la merenda quel giorno. Per fortuna era finita. Da quando entrai a scuola quel mattino il mio unico desiderio era tornare a casa.

Il più in fretta possibile.

Il cancello era aperto. Mia madre lo lasciava sempre appoggiato apposta per me. Mi pulii le scarpe ed entrai in casa, appoggiai lo zaino vicino al caminetto, tolsi il grembiule e feci le scale di corsa per arrivare in camera. Ne avevo ancora di fiato. Avrei potuto correre per chissà quanto ancora.

Tolsi il giubbotto e la sciarpa e mi infilai sotto le coperte. Accomodai il cuscino, presi il libro in mano e iniziai a leggere.

Dopo le prime tre parole passai il libro dalla mano destra alla sinistra, automaticamente. La mano libera si fece posto fra le coperte ancora ghiacciate cercando il bottone dei jeans. Respiravo affannosamente dalla corsa, avevo le mani gelide. Riuscii ad aprire il bottone e tirai giù la cerniera. Il mio corpo era così sensibile che percepii l’impronta digitale dell’indice sfiorarmi il monte di Venere. Ebbi un brivido. Il libro continuava a rimanere saldo sulla mano sinistra, mentre con l’altra faticavo a sfilare i pantaloni un pezzo per volta. Ma era una fatica ricompensata. L’eccitazione che serbavo prendeva sempre più forma nella costrizione in cui il mio corpo tormentato si trovava. Dimenarmi sul letto con i jeans ancora alle ginocchia faceva salire un calore innato che invadeva completamente il mio corpo, facendomi sudare.

Ce la feci. I pantaloni erano a bordo del letto sotto le coperte. Non resistevo più. Le dita magre si infilarono sotto le mutandine, sorpassarono il ciuffetto di riccioli e un mondo meraviglioso si aprì davanti a me.

Che straordinaria libidine, che energia infinita, che perdita di ogni ragione mi davano quelle carezze nella mia femminilità. I movimenti erano sempre gli stessi, lo sfregamento prima delicato era ora diventato un po’ più crudo, più ritmato. Automaticamente le gambe si spalancarono, la schiena iniziò a curvarsi e sentii il contatto della mia pelle su ogni cosa in maniera più intensa. Sembrava di toccare molecola per molecola la copertina del libro, sentivo il cotone grosso delle lenzuola con le natiche, le dita dei piedi stringevano jeans a fondo letto.

Più i polpastrelli sfioravano quella copia della bocca così sensibile, più vedevo fiumi, laghi e tutti i mari farmi annegare in un oasi celestiale.

Erano mesi che tornavo a casa da scuola e ripetevo lo stesso rituale. Era diventato un appuntamento fisso, la mia soap opera preferita. Non giocavo più con le mie compagne di scuola, stavo bene solo con me. Volevo rimanere con me e la mia fantasia. In quei momenti potevo esplorare quello che volevo e condurre la mia mente a desiderare nient’altro che me stessa. Mi sentivo viva, pura, totalmente bollente, mi sentivo una fiamma. La mano iniziò a muoversi vorticosamente, più la muovevo più cresceva la mia umidità. Stava crescendo un fuoco dentro di me. Più aumentava più sentivo un calore enorme voler uscire dal mio corpo. Il libro cadde. Sentii la testa scoppiare. Il mio corpo liberarsi di così tanta energia intrappolata in appena 40 kg. Rimasi immobile, rigida. Con occhi e bocca spalancati, come per far fuoriuscire del tutto la tensione che aveva accumulato il mio corpo. Ripresi a respirare regolarmente, il battito calò i toni e il mio viso si distese. In quei momenti, mi dicevo che la pace nel mondo era possibile. Basta essere in pace con se stessi.

Sfilai la mano e me la portai alla bocca. Mi piaceva assaporarmi in quel modo. Ma qualcosa non andava. Quel sapore non andava. La luce era debole, la sera era ormai sopraggiunta.

Mi piegai sul lato per arrivare ad accendere la lampadina con la mano casta.

Click. Fiumi di porpora. Un film dell’orrore. Il letto, le coperte, io, eravamo completamente insanguinati. Satana si era impossessato di me in quel godimento estremo e peccaminoso. Iniziai ad urlare con tutta la voce che avevo, a tremare come le foglie d’inverno, a tenere quelle mani del peccato lontane dal mio corpo.

Entrò nella stanza mia madre con gli occhi fuori di sé.

MAMMAAAAAAAA!!!MAMMAAAAAAAAAAAAA!!”

Mia madre scrutò la stanza da destra a sinistra con gli occhi spalancati incredula di tanto orrore nella cameretta della sua bambina. Ad un tratto il suo viso cambiò espressione abbandonandosi ad un sorriso, mi prese sotto le sue braccia e mi porto la testa sul suo seno.

Ti è venuto il ciclo bambina mia.”

Io non mi muovevo da quell’abbraccio così tenero e sicuro. Ancora non sbattevo gli occhi dal terrore.

Ma appena realizzai le sue parole mi sentii sollevata, alzai il volto verso di lei e la guardai sorridendo.

Ricambiò lo sguardo incurvando di colpo le sopracciglia:

Tesoro….perché hai la bocca sporca di sangue?”

Tididi-Tididi-Tididi”. Cazzo la sveglia. La spengo e mi alzo contemporaneamente. Oggi ho un sacco di cose da fare, non devo perdere nemmeno un minuto. Infilo le ciabatte rincorrendole per il pavimento. Metto la vestaglia, apro i balconi, piove. Bella giornata di merda.

Vado in bagno, faccio pipì e caccio uno sbadiglio che mi blocca la mandibola per 3 secondi. Me la sistemo con la mano ed ora sono ufficialmente sveglia. È finita la carta. Minchia ma che giornata di merda! La cerco rimanendo seduta sul water creando posizioni improbabili. La vedo! È sopra al termosifone. L’afferro e mi ritrovo aggrappata al water con le gambe come stessi cavalcando il toro delle giostre. Vabbè basta perdere tempo che è tardi! Mi alzo, vado in cucina. Spalanco la porta finestra che in casa c’è aria viziata. Guardo il lavandino. Ci sono ancora gli avanzi di ieri sera sul piatto. Prendo la forchetta e inizio a svuotare il tutto sul cestino dell’umido. Ecco cosa devo fare. Svuotare tutti i cestini prima di stasera che domani passano per la raccolta differenziata. Decido di farlo subito, chiudo i sacchetti con lo spago e li metto vicino alla porta così prima di uscire mi ricordo. Bene, fatta anche questa. Mi lavo le mani e mi infilo in doccia. Dieci minuti di acqua bollente è proprio quello che ci vuole. Esco, mi asciugo, metto la crema e mi spunto qualche pelo sulle gambe, maledetta ricrescita. Asciugo i capelli a caso, un filo di trucco e ora passiamo al momento più difficile. Che cazzo mi metto? Inizio a spostare i vestiti sopra al letto, in cerca di qualcosa che non esiste. Ho sempre le solite cose, che palle. Metto il vestito nero che ho appena lavato, quello che mi sta benissimo. In un attimo son pronta. Infilo gli stivali, metto acqua e fazzoletti in borsa e son pronta. Ah no un po’ di profumo. Perfetto. Giubbotto, borsa, ombrello e sacchetti delle immondizie. Ho tutto.

Esco, chiudo a chiave tenendo l’ombrello con i denti e scendo le scale di corsa che portano al seminterrato dove ci sono i contenitori condominiali per l’immondizia.

Ultimo scalino e ci soooooo..” proprio in quel momento mi sento mancare il pavimento sotto i piedi. Il mio corpo è leggerissimo, sospeso, non ho più nulla in mano, nemmeno l’ombrello in bocca. Cambia la visuale davanti a me, non ho più la porta dello scantinato ma il soffitto grigio con delle borse fluttuanti. Capisco al volo la situazione. Mi accascio a terra fra il pavimento e l’ultimo gradino. Chiudo istintivamente gli occhi per poi riaprirli e vedere a pochi centimetri dal mio naso un sacchetto che sta per cadermi in testa. Li richiudo nello stesso momento in cui una borsa biodegradabile esplode sulla mia faccia spurgando ogni tipo di nefandezza. L’acido degli avanzi di casa mia è riversato completamente su di me. Mi è entrato in bocca, nelle narici, nei condotti lacrimali degli occhi. Riesco a sentire la polpa dell’arancia e un retrogusto di prosciutto crudo andato a male. Sento ossicini di pollo e melanzane ammuffite. Sento il sugo di pomodoro di mia madre che non è mai stato così acido. Sento il tanfo del melone fuori stagione. Sento che devo vomitare. E mi vomito addosso. Il rigurgito si mescola con l’immondizia su di me. Sembro una che fa stile libero nelle fogne. Una sopravvissuta all’esplosione di un obeso. Faccio schifo, ribrezzo. Non riesco più a respirare.

Svengo.

Quanto mi manca la pasta fatta in casa della nonna!”, “A me le polpette di mia madre!”, “E i bigné che faceva la pasticceria vicino a casa tua?!”.

 Universitari alla prima esperienza lontano dalla famiglia. Li sto a sentire mentre addento con forza il mio panino burro e pomodori.

 A me non manca nulla. Non ho mai mangiato la stessa pietanza cucinata dalla stessa persona tanto da potermici affezionare. Da quando avevo tre anni ho cambiato casa ogni anno, più volte all’anno. È capitato anche più volte nello stesso mese. Non sono abituata ad un tipo di pane, all’odore di una stanza, alla luce di una strada. Non ho nemmeno mai avuto alcun tipo di relazione con un essere umano, se non col salumiere del supermercato. Non ho un cellulare, non ho nessuno cui chiamare. Mia madre se n’è andata quando avevo quindici anni. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Non ho mai avuto niente per più di due mesi tranne me stessa. Anche le unghie mi si rompono e mi abbandonano.

Non ho mai avuto un fidanzato. Non ho mai avuto nessuno che mi voglia bene.

Non ho niente di quello che ha la gente normale. Se non hai mai avuto nulla non potrà mai mancarti nulla. Non ho nulla delle cose che avete voi, ma voi non avete una cosa che ho io.

Ho una malformazione al viso da quando sono nata. Un rigonfiamento che copre tutta la parte destra della mia faccia. Dalla fronte al mento. Si. Sono un mostro. È tutto quello che ho. Tutto quello che non mi fa mancare niente perché non lo posso avere.

Prendo una pensione d’invalidità e l’istituto autonomo per le case popolari mi sposta spesso perché non vuole che la gente inizi ad etichettare l’appartamento in cui vivo come “la casa del mostro”. Così i vicini non fanno in tempo a schifarsi di me per più di due volte che sparisco.

Sono un fantasma. Un orrendo fantasma che si insedia per alcune settimane nelle zone residenziali e si aggira con quella testa grossa a terrorizzare la gente. Come potrebbe mai mancarmi qualcosa? Le facce dei bambini quando mi guardano con gli occhi spalancati? Il salumiere che affetta il prosciutto con una precisione mai vista pur di non guardarmi in faccia? Persino il venditore di rose cambia strada se m’incontra..

 Cosa volete che mi manchi? Tutto ciò? L’unica consolazione che mi resta é non aver mai avuto niente. Così non potrò mai sentirne la mancanza.

Come nessuno sentirà la mia.

Vivevamo nel soffitto di un palazzo di quattro piani.

Troppo caldo d’estate e troppo freddo d’inverno. Avevamo una sola finestra sul tetto, quindi potevamo vedere solamente il meteo. Soleggiato, nuvoloso, piovoso. Non c’erano muri a dividere le stanze, neanche il bagno, nascosto da una tenda che avevo fissato sulle travi con delle puntine e che puntualmente ogni sabato mattina cadeva. Cadeva perché il sabato mattina lavavo le lenzuola in una forma di ceramica concava in cui a malapena ci si poteva rinfrescare il viso e nello sfregare i panni era inevitabile toccare con il gomito la tenda più e più volte fino a far staccare quel pezzetto di metallo lungo mezza unghia conficcato nel legno.

Diocleziano ed io eravamo felici. Nel nostro angolo di cielo avevamo tutto quello che ci serviva per vivere. Lui bastava a me e io bastavo a lui. Era un filosofo. Non aveva mai studiato per diventarlo ma io so che lui era un filosofo. Aveva letto tanti libri quanti i sabati a cui a me cadeva la tenda. Vivevamo li da 14 anni.

Scriveva, scriveva sempre, passava intere giornate a scrivere, ma non aveva mai pubblicato niente. Lavorava due sere a settimana come guardiano del canile a due chilometri da casa, quasi sempre nei weekend. Era bellissimo. Per me era bellissimo. Occhi color del cielo e guance vissute come la terra arida. Sopracciglia folte e brizzolate come ali di gabbiano. Bocca carnosa e senza contorno. Dita enormi e rugose come carote. Spalle possenti e natiche ancor di più. Fare il muratore da ragazzino l’aveva sicuramente aiutato a definire il corpo.

A volte, quando lavavo i piatti, mi si avvicinava e mi metteva le mani sulle spalle appoggiandomi il torace sulla schiena. Le faceva scivolare fino alle mie e iniziava ad accompagnare i miei gesti fra stoviglie e schiuma. Mi respirava dietro l’orecchio mentre sentivo la sua erezione accendersi. Dal lavandino la sua mano passava alla mia coscia lasciando cadere gocce enormi sul pavimento di legno opaco. Con l’altra mano mi afferrava un seno e lo stingeva come un polipo appena pescato. Distoglieva la mano dal mio petto solo per alzarmi la gonna e far entrare tutto se stesso nel mio sesso. Fare l’amore con lui era celestiale. Riuscivo a vedere dalla finestra cambiamenti climatici inesistenti.

Io lavoravo come donna delle pulizie di un albergo a due stelle dall’altra parte della città. Il momento più bello quando uscivo di casa era il viaggio in tram per andare e tornare da lavoro. Condividevo con la gente il loro abbigliamento, le pose, le telefonate, il sudore, le scarpe. Il tram mi permetteva di stare a contatto con il mondo.

Il tram e Diocleziano mi bastavano per essere felice. Ci amavamo di un amore puro, povero, essenziale.

Tutte le mattine mi accompagnava alla fermata tenendomi il braccio sulle spalle. Tranne le mattine in cui Claudio si presentava in portineria per offrirci un caffé. Era il fratello di Diocleziano, ma i due erano l’uno l’opposto dell’altro, in tutto e per tutto. Claudio era piccolo, tozzo, grassottello, capelli mossi e lucenti come onde di un mare nero nel riflesso della luna, occhi tondi e scuri come il buio, mani gonfie e curate. Non ho mai capito che lavoro facesse, so solo che viaggiava tanto e guadagnava ancora di più. Veniva a trovarci spesso. Parcheggiava la fuoriserie affianco al bar dove ci offriva il caffé. Credo venisse più per vedere me che per incontrare il fratello con cui non condivideva altro se non il cognome. Claudio ci raccontava dei suoi viaggi, delle sue donne, dei suoi affari, di come aveva arredato casa e della villa sul mare che era andato a vedere. Ci voleva portare appena il contratto fosse stato firmato.

Si invidiavano l’un l’altro. Diocleziano per la vita che non aveva potuto darmi, avendo voluto seguire l’indole del filosofo anticonformista. Claudio per non aver i valori del fratello, con i quali, credeva, sarei stata sua.

Avevamo avuto una storia da giovanissimi. Finita perché lo beccai con un’altra. Ero affascinata da lui. Più che da lui dalla sua vita frenetica, dai suoi racconti, dalle sue avventure. Diocleziano era Platone e Claudio Robinson Crusoe.

Ci invitò a cena per la sera dopo. Ci invitava spesso ma rifiutavamo sempre. Diocleziano non era a suo agio, né col fratello né nei posti che lui frequentava. Orgoglioso com’era della sua integrità morale non si sarebbe mai concesso per una sera una stravaganza simile. A me non sarebbe dispiaciuta una situazione diversa, qualche ora di vita nuova. E glielo dissi: “Per una volta potremo accettare l’invito di tuo fratello. Potrebbe essere stimolante anche per te vedere qualcosa di nuovo. Avresti qualche nuovo pensiero da scrivere”, “Non ho bisogno di nulla io per essere stimolato. I miei stimoli provengono da dentro di me, io sono stimolo di me stesso”. Quando se ne usciva con queste frasi da illuminato non lo sopportavo. Ho sempre apprezzato il suo pensiero, i suoi accorgimenti sull’esistenza, la profondità della vita che riusciva a cogliere, ma quando si lodava così esageratamente mi sentivo a disagio:

“Se sei così umile nella vita di tutti i giorni, vedi di imparare ad esserlo un po’ più nell’animo”

“Io sono nel giusto, io affronto la vita in maniera corretta, io non ho peccato, io ho Dio nel nome”

“Anche Claudio ha Dio nel nome”

“Si ma lui alla fine!”.

Gli occhi gli si spalancarono quasi a voler uscire dal volto mentre pronunciava queste parole. Non parlammo per tutta la sera, ne il mattino dopo.

Non mi accompagnò alla fermata del tram. Trovai Claudio in portineria.

“Sta male?”

“No”

“Che è successo?”

“Sta male”.

Non avevo voglia di parlare con lui, affrontare discorsi che si sarebbero conclusi con un “Ma lascialo stare e vieni a pranzo con me”. Volevo più di ogni altra cosa prendere il tram e sentirmi assorbire dalla gente, sentire rumori, perdermi nelle vite altrui.

Forse avevo proprio bisogno di questo. Evadere da ciò che era troppo inesistente e troppo esistente. Tutto era troppo Diocleziano o troppo Claudio. Io amavo Diocleziano ma amavo di più la vita. Amavo di più il tram.

Quella sera non tornai a casa. Come tutte le sere successive. Dormii nell’albergo dove lavoravo fin che non avrei trovato una sistemazione. Non avevo nulla con me. Non che fossi abituata ad avere molto. Mi bastavo. Mi ero sempre bastata. Avevo avuto tanto e avevo avuto poco. Conoscevo la ricchezza d’animo e la povertà di tasca e nulla mi aveva dato ciò di cui avevo bisogno. Non avevo bisogno di essere, non avevo bisogno di avere.

Avevo capito. Tutto era servito. Ricominciai a vivere. Senza rimorsi.

Mi chiama Boom.

Dice che il suo cuore ha fatto così appena mi ha vista.

E mentre penso a sta cagata tipicamente maschile gli sussurro “Aspetta”, ma lui non sente, preso com’è dal mio collo. Il nuovo profumo fa effetto.

D’altronde stasera sono super. Vestitino appoggiato addosso e tacco quattordici. La gamba accavallata sembra staccargli gli occhi dal suo bel faccino come una calamita.

La gente ci passa attorno, ci sfiora, senza accorgersi di come mi sta assaporando sul divano senza nemmeno toccarmi. Continua a respirarmi addosso ed io a fatica riesco a dare un sorso al mio gin tonic. Lo scanso, poi ci sto, poi lo scanso di nuovo. Che stronza. Voglio, non voglio. Voglio. Altrimenti non mi sarei nemmeno seduta qui.

C’è un gran casino, gran bella festa. Bicchieri e gambe ovunque.

Gli prendo la mano e mi alzo. Mi segue senza aprir bocca. Non mi volto ma so che mi sta fissando il culo. E la cosa mi piace. Inizio a salire le scale e penso a quei film di adolescenti americani dove al piano di sopra si tromba sempre. Ha le mie chiappe a pochi centimetri, io ho il suo pacco a pochi centimetri. Non so dove andare. Cerco una porta aperta e ne trovo una socchiusa. Spingo piano e le fessure dei balconi lasciano entrare giusto quel filo di luce che illumina un letto in mezzo alla stanza. Un gran bel letto.

Boom. Chiudo la porta. Faccio tutto io. Lui è perso. Non capisce più un cazzo. Gli uomini in certe situazioni tornano bambini, li devi guidare.

Lo spingo sul letto e mi siedo sopra. Prima una gamba, poi l’altra. Inizio a baciarlo come fossi ubriaca, ma in realtà mi ha fatto solo venir voglia sto maledetto. Faccio anche la romantica infilandogli le dita fra i capelli e accompagnandogli la testa a seconda dei miei movimenti.

Lui non mi tocca nemmeno.

Asseconda i miei baci e nulla più.

Finalmente mi prende e mi accomoda sul letto con eleganza. Inizia a toccarmi standomi seduto accanto.

Con la grazie di un’elefantessa riesco a sfilarmi le scarpe mentre inizio a sentire le sue impronte digitali tatuate sul mio inguine. Inizio a perdere il controllo.

Sento i nostri respiri più affannati e la mia schiena curvarsi. Automaticamente apro le gambe. Che cavolo è istintivo. Quando cliccano sul pulsante le porte si aprono, è ovvio. Un pulsante bagnato in questo caso. La mia umidità m’imbarazza così riprendo in mano la situazione.

Per il colletto della camicia lo tiro verso di me, gli strappo un bacio e lo spingo sul letto con fare da assatanata.

Odio i jeans con dieci mila bottoni. Soprattutto quando mi sono appena fatta le unghie. Gli abbasso i pantaloni. Preferirei ricordare il suo nome piuttosto delle sue mutande.

Abbasso anche quelle e..

Boom. Mi fermo. Occhi sbarrati. Lui si accorge e mi guarda come un coniglio arrapato che vede avvicinarsi un cacciatore. Io lo guardo e a stento trattengo una risata alla Raffaella Carrà. Scuoto la testa, mi ricompongo e gamba dopo gamba scendo dal letto. Mi infilo le scarpe, accompagno il vestito sulle cosce e girati i tacchi esco dalla stanza.

Boom. Che botta sui denti.

A volte ferire un uomo da più soddisfazione di quattro orgasmi consecutivi. Se questo fosse mai riuscito a procurarmeli.

Scendo le scale come una diva e appena Fabio mi vede mi allunga un bicchiere senza smettere di ballare.

Boom. La serata è appena iniziata.

Avevo calzato le pantofole e indossato la vestaglia. Asciugai una lacrima. Appoggiai le mani sul bordo del lavandino, alzai lo sguardo e vidi quegli occhi che per un attimo non riconobbi. I miei.

Tutto non aveva più senso. Era finita. Finita per sempre.

Mi lasciò per una identica a me. Stessa età, stessi studi, stesso lavoro, stesso taglio di capelli, e persino stesso nome. La mia copia. Perchè io, la prima, ero l’originale. È sempre la prima l’originale.

Io lo amavo. Cavolo se lo amavo. Ma l’amore non basta mai. Più ne ricevi e più credi di poterne ricevere e così inizia a non bastarti più. È come buttar giù quel chilo di troppo. Quando ce l’hai fatta ne vuoi buttar giù ancora uno, e poi un altro e un altro ancora. Tanto ce la puoi fare.

Stessa cosa per l’amore. Se lei mi ama così tanto, perchè non farmi amare così tanto anche da un’altra? Tanto ce la posso fare.

Merde.

Provai a ricostruirmi una vita. Uscii con diversi uomini, ma nessuno era lui. Tutto era inutile. Sapere che da qualche parte del mondo c’era lui mi destabilizzava. L’avrei amato tutta la vita.

Ogni nuova relazione nasceva perchè vedevo in quell’uomo qualcosa che mi ricordava lui, e ci stavo finchè capivo che non poteva reggere il confronto.

Una vita a cercare una copia, mentre volevo l’originale. Una vita con una copia, mentre aveva l’originale.

Non l’ho mai più cercato. Ma ho sempre avuto l’ansioso desiderio di incontrarlo per caso.

E così fu.

Era la giornata più ventosa di primavera, i vortici d’aria mi investivano alle spalle scompigliandomi i capelli che puntualmente mi coprivano gli occhi. Alla quarta folata accecante spostai sbuffando una ciocca e lì, lo vidi. Fermo davanti a me. Vivo, in carne e ossa. Respirava. Mi fissava.

Io, gelida.

Mi sorrise di un sorriso stretto ma sincero. Io, non sentivo niente.

Ogni cellula del mio corpo si era fermata a contemplarlo, ad ammirarlo, a desiderarlo. In un attimo mi superò, lasciando le mie spalle dietro alle sue. Mi girai e lo vidi allontanarsi. Lo seguii. E non c’erano capelli negli occhi che potevano distrarmi dalla sua figura. Era incredibile quanto me lo ricordassi. La camminata un pò ingobbita, i palmi della mani rivolti all’indietro, le pieghe che facevano i pantaloni con quelle gambette magre.

Arrivò alla sua porta, entrò. Dopo pochi minuti mi avvicinai al condominio e suonai il campanello. Mi aspettava. Sapeva che non l’avrei lasciato andare. Mi fece salire e dopo due rampe di scale senza prendere fiato era lì, circondato da una luce calda che ne esaltava il profilo.

Credo di aver volato perchè mi ritrovai ad un passo da lui senza rendermene conto.

Il mio corpo non rispondeva più a nessun tipo di pensiero, stimolo, comando. Mi prese per un fianco e chiuse la porta alle mie spalle.

Avevo calzato le pantofole e infilato la vestaglia. Asciugai una lacrima. Mi guardai allo specchio e capii che era finita. Finita per sempre. Avevo ancora il suo sangue sotto le unghie. Quasi non volevo toglierlo per tenerlo ancora con me.

Andai a dormire. Mi infilai sotto le coperte e mettendomi in posizione fetale avvicinai le mani alla bocca.

Era finita. Finita per sempre.

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Grazie Vale.

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